Il 999

Arrivai alla fermata alle 18. C'era un leggero venticello fresco, e una decina di persone, ognuna assorta nei propri meravigliosi o tremendi pensieri, aspettavano l'autobus.
Alle sette avevo appuntamento con un vecchio amico, dall'altra parte della città. Il 160 mi ci avrebbe portato in poco più di mezz'ora.
Rabbrividii, e mi tirai su la cerniera del giubbotto. Una signora dai tratti orientali, di una quarantina d'anni, con due bambini (forse i suoi figli) si voltò a guardarmi. Non era particolarmente curata né benvestita, ma in lei scorsi i segni di un antico fascino. Poi mormorò qualcosa ai bambini in una lingua che non compresi, e questi cominciarono a saltellare e a gridare, in un misto di contentezza e ribellione.
Tirai fuori da una tasca il mio pacchetto di sigarette e ne accesi una, quasi senza pensarci. Poi mi avvicinai ad uno dei paletti che sorreggevano la piccola tettoia metallica e mi ci appoggiai contro, di spalle.
Gli occhi mi caddero su un ragazzo poco più grande di me, vestito di grigio, con i capelli rasati. Era serio, e aveva lo sguardo fisso sull'asfalto della strada. Era uno di quei tipi che possono incutere timore quando li si incontra lungo una strada deserta, al buio, ma in quel momento ebbi quasi compassione di lui. Sembrava triste, insoddisfatto della sua vita.
Mentre lo fissavo, udii un mormorio alla mia sinistra.
Mi voltai, e vidi un vecchio signore, elegantemente vestito, che veniva verso di me.
Tirai un'altra boccata dalla mia sigaretta.
- Che autobus aspetta? - mi chiese il vecchio, fermandosi a pochi centimetri da me.
- Il 160 - risposi, sintetico come mio solito.
- Ci vorrà ancora un bel po', allora! -
Non sapendo cosa rispondere, accennai un sorriso.
- Devo andare a casa - continuò il vecchio, - ma in questa città, col traffico che c'è, si passano ore ad aspettare gli autobus! Anche lei sta tornando a casa?
- No, ho appuntamento con un amico, vicino al Cinema Nuovo! - risposi.
In quel momento mi accorsi che il ragazzo vestito in grigio che avevo notato prima si era interessato alla conversazione tra me e il vecchio signore.
- Vicino al Cinema Nuovo? E prende il 160?
- Sì, è quello che impiega meno tempo per arrivare fin lì!
- Non è detto! - ribatté il vecchio - Il 999 ce la porta in meno di un quarto d'ora!
- Il 999? - dissi sorpreso. Non avevo mai sentito nominare quell'autobus, e non era neanche segnato sui cartelli della fermata.
- Sì, novecento-novanta-nove - disse il vecchio, pensando che io non avessi capito bene.
- Non sapevo che esistesse la linea 999! - gli risposi io, sorridendo.
- Be', effettivamente non passa molto spesso! Ma è uno dei più comodi, dei più veloci!
- Traffico permettendo! - scherzai io.
- Relativamente, perché il 999 non passa dalle vie principali. Predilige le piccole strade, delle specie di "scorciatoie"!
- Però! E ogni quanto tempo passa, di solito?
- Ce n'è uno in arrivo a momenti!
- Il 999... - rimuginai io, giocherellando col biglietto.
- No, metta via quel biglietto! - mi disse il vecchio. - La vera specialità del 999 è che la corsa è gratis!
A quel punto pensai che il vecchietto fosse pazzo. Non era possibile che un autobus così comodo e veloce fosse addirittura gratuito.
Sentii un rumore, e in quel momento il 140 si fermò davanti a noi.
Tutta la gente, a parte me e il vecchio signore, salì su quell'autobus, che in pochi secondi scomparve dalla nostra vista.
- Sa che le dico? - mi disse il vecchio, pensieroso. - Penso che anch'io prenderò il 999!
- Perché, lei da che parti abita?
- Io abito in periferia, vicino all'imbocco della statale! - mi rispose il vecchio.
- Ma, mi faccia capire! Se il 999 arriva al Cinema Nuovo in 15 minuti, per arrivare in periferia impiegherà come minimo sei volte tanto! Le conviene prendere il 150, che ci arriva in tre quarti d'ora!
- Non si preoccupi, giovanotto, come le ho già detto il 999 è un autobus speciale! Ma vedrà, vedrà con i suoi occhi! Certo, sempre che lei voglia prenderlo! È sempre libero di prendere quel suo 160 e imbottigliarsi nel traffico!
Tirai l'ultima boccata alla mia sigaretta, poi gettai la cicca per terra e la spensi, schiacciandola sotto un piede.
Udii il rumore di un autobus che arrivava.
Il mezzo, con una sonora frenata, si fermò davanti alla pensilina.
Controllai che numero era. Davanti a me, in luminosi caratteri rossi, scintillava il numero 999.
- Allora? - mi disse il vecchio guardandomi. - Si sbriga o no? Vuole farlo ripartire?
- Sì, sì, arrivo!
Salii i tre gradini metallici, preceduto dal vecchio, che si dava aiuto con il suo bastone.
Con un cigolio la bussola si richiuse alle nostre spalle.
Sull'autobus c'era poca gente.
Una signora con un velo nero sulla testa sedeva in fondo al corridoio, con un neonato stranamente silenzioso in grembo. Che fosse così silenzioso perché dormiva?
Ai primi posti, cioè quelli più vicini alla "testa" del bus, sedevano due signori vestiti in giacca e cravatta, con la bombetta sulla testa.
A prima vista, istintivamente, si poteva pensare che si conoscessero, forse perché vestiti in modo identico, ma non scambiavano una parola.
Erano seduti, immobili, con lo sguardo perso nel vuoto.
Cercai l'obliteratrice, per timbrare il biglietto, ma non la vidi.
Allora mi avvicinai al conducente e gli chiesi: - Scusi, sa dirmi dove posso obliterare il biglietto? Non trovo la macchinetta.
- Non c'è - mi rispose quello, continuando a tenere gli occhi sulla strada.
- Allora suppongo che dovrà provvedervi lei, o sbaglio?
- Sbaglia! - rispose l'uomo, voltandosi verso di me. Data l'ora tarda, e anche il fatto che quasi tutte le lampadine interne del bus erano fulminate, non riuscii a vedere il suo volto. - Qui sopra è tutto gratis!
Dunque il vecchio aveva detto la verità, prima, pensai fra me.
- Ah! - mi limitai a rispondere, finto indifferente, ma in realtà molto sorpreso dal fatto.
Tornai indietro, cercando un posto comodo dove sedermi. Mi accomodai su un sedile con lo schienale appoggiato alla parete del mezzo.
Di fronte a me sedeva un uomo silenzioso.
Mi guardai intorno, cercando il vecchietto, ma non riuscii a scorgerlo.
L'autobus procedeva a velocità moderata sulla strada buia.
Guardai nuovamente in fondo al corridoio, e vidi la signora che cullava leggermente il suo bambino, anche se, da quando ero salito sul bus, esso non aveva dato alcun segno d'inquietudine.
Era strano quel silenzio così religioso su un autobus! Di solito, almeno un paio di persone discutono fra loro, o qualcuno canticchia per tenersi compagnia, ma sul 999 non volava una mosca.
Finalmente intravidi il vecchietto. Era seduto non distante da me, con la testa piegata da un lato, e sembrava che avesse gli occhi chiusi.
Per rompere un po' quell'imbarazzante silenzio, mi misi a tamburellare leggermente con le dita sul sedile accanto a me.
L'uomo che avevo di fronte mi guardò. Poi, con un mormorio, si distese sul fianco destro, occupando col suo corpo altri due sedili oltre a quello su cui stava seduto.
A quel punto il bus ebbe un sobbalzo, forse perché una ruota era passata su un punto dell'asfalto rovinato dal tempo o dalla precaria manutenzione.
O anche su uno di quei dossi artificiali costruiti apposta per obbligare gli automezzi a diminuire la velocità, come quello a causa del quale un mio amico, qualche mese prima, essendoci passato sopra con la sua automobile a 90 Km/h, aveva avuto dei seri problemi. La macchina aveva cominciato a perdere olio dalla parte inferiore e, dopo averla portata da un meccanico di fiducia, il mio amico era stato costretto a pagare un'ingente somma per la riparazione del danno.
Smisi di tamburellare sul sedile, temendo inconsciamente di aver dato fastidio a qualcuno.
Notai un'altra cosa strana: da quando eravamo partiti, l'autobus non si era più fermato, segno che nessuno, a terra, aveva avuto bisogno di salire, e nessuno, sul bus, doveva scendere.
Una curiosa sensazione di ansia mi pervase per qualche secondo, lasciandomi dentro uno strano stato d'animo.
 
Guardai fuori dal finestrino, ma tutt'intorno a noi sembrava regnare il nulla. C'era un buio pesto, e non si vedevano neanche altri mezzi di trasporto, né si sentiva alcun rumore, eccezion fatta per quello del motore del bus.
Automaticamente, senza volerlo (infatti non appena me ne accorsi smisi nuovamente), ricominciai a tamburellare con le dita.
La mia testa si era riempita di pensieri, come capita quando si è da soli e non si ha niente da fare, o quando si soffre d'insonnia e ci si sbatte nel letto, non riuscendo a dormire.
Pensai al mio passato, alla mia infanzia, a quale concezione della vita avevo allora, ai primi istinti sessuali, al mio primo spinello, a quella ragazza che avevo conosciuto qualche mese prima, alle emozioni primordiali insite in me fin dalla nascita, emozioni che a volte erano fatte rinvenire da una canzone, da un'immagine, da un odore, da un sogno.
Pensai alle cicche delle sigarette da me abbandonate nell'ambiente, all'infinità del cosmo, alle infinite possibilità della mente, allo spazio-tempo, a quanto sia terribilmente breve la vita, al ricordo che vive in eterno, all'amore e all'odio, alla stupidità umana che rovina, oltre che l'uomo stesso, anche il mondo meraviglioso che gli era stato donato, dono che mai dall'essere umano fu saputo apprezzare.
 
Mi alzai e ritornai dall'autista.
- Scusi, sa dirmi quanto manca per il Cinema Nuovo?
- Stiamo arrivando, stiamo arrivando...
- Devo prenotare io la fermata o ci pensa lei?
- Lei non si preoccupi, stia seduto...
- Vuole dire che...
- Stia seduto, stia seduto, e si goda il viaggio!
 
- Mi scusi! - mi gridò l'uomo che era disteso di fronte al sedile sul quale prima stavo io.
- Prego? - risposi.
- No, niente, niente, fatti miei...
 
Ero appena tornato a sedermi quando l'ormai familiare vecchietto mi chiamò verso di sé.
- Che c'è? - gli chiesi, andando a sedermi accanto a lui.
- Visto che bell'autobus? È una meraviglia, peccato che pochi abbiano la fortuna di conoscerlo...
- Sarà pure meraviglioso, ma qui è tutto così strano... l'autista, i passeggeri... perfino il bus è strano, così buio e silenzioso, perfino la città attorno a noi sembra essere diversa!
- Non l'ha mai vista così, eh?
- No, non l'ho mai vista così! Non si vede a un palmo dal naso, e c'è un silenzio di tomba! Di solito le strade sono così gremite di gente e illuminate...
- È normale provare queste sensazioni, la prima volta che si prende il 999... mi ricordo quando anch'io lo presi per la prima volta... ero un ragazzo poco più giovane di lei... lo incontrai per caso, una sera, mentre tornavo a casa a piedi. Poiché era molto tardi, ed io ero abbastanza stanco, vi salii. E da allora...
Il vecchio s'interruppe, diede due colpi di tosse, coprendosi educatamente la bocca con una mano, e poi si fermò. Non completò la frase.
- E da allora? - dissi io, incitandolo ad andare avanti. All'improvviso ero diventato nervoso, non riuscivo più a stare fermo sul sedile.
- Mi scusi, ho molto sonno. - fu la sua risposta. Poi appoggiò la testa contro il finestrino e chiuse gli occhi.
- Povero uomo, la vita non deve avergli dato molto... - disse una voce femminile alle mie spalle.
Mi voltai. Dietro di me c'era soltanto la donna col bambino in grembo.
Anche se a guardarla poteva sembrare il contrario, così cupa e seria com'era, capii che era stata lei a parlare. D'altronde, chi altri poteva averlo fatto?
- Dobbiamo riuscire a ottenere il meglio dalla vita... fare le giuste scelte... saper sfruttare bene le occasioni, che arrivano all'improvviso, e le buone occasioni non sono neanche molto frequenti... - continuò la donna.
La sua voce era triste e con una venatura di sofferenza. Con una gamba continuava a cullare il bambino.
- È un maschietto o una femminuccia? - le chiesi io, non perché realmente mi interessasse, ma per gentilezza, per farle capire che l'avevo notata.
- Un maschietto! Un futuro uomo di appena cinque mesi, che ha davanti a sé una vita lunga e difficile... neanche lo immagina, in questo momento, quello che lo aspetta!
- Be', se si potesse sapere in anticipo... - risposi io.
La donna mi guardò, senza cambiare espressione, continuando a muovere la gamba in su e in giù.
Io mi voltai, e continuai a guardare davanti a me.
Nonostante tornassi in continuazione con gli occhi fuori dal finestrino, oltre la testa del vecchio addormentato, non riuscivo a scorgere alcun elemento che mi aiutasse a capire in quale punto della città ci trovassimo.
Buio; buio fitto, e silenzio.
Mi misi a fissare ossessivamente una macchiolina scura sul tetto dell'autobus, costruendovi attorno mille fantasie. "Che sia un pianeta abbandonato, o abitato da creature mostruose?" mi chiesi, alimentando in quel modo la mia teoria sull'universo: ogni pianeta, secondo me, è un elettrone che orbita attorno ad un nucleo, nel nostro caso il sole, e tutto il nostro universo è in realtà contenuto in un granello di sabbia, di sale, o in un elettrone che a sua volta orbita intorno ad un altro nucleo, e così via, all'infinito. Chiaramente, anche ogni molecola del nostro mondo ospita chissà quanti altri universi, popolati da gente con problemi uguali o peggiori dei nostri, con crisi esistenziali, con sentimenti di odio e amore...
Questa teoria mi è stata suggerita dalle incredibili analogie esistenti tra la natura del sistema solare e quella degli atomi e delle molecole.
Chissà se un giorno l'uomo riuscirà a svelare questo grande mistero.
Magari è semplicissimo, la soluzione è sotto i nostri occhi, ma non ce ne accorgiamo, come accade guardando i giochi di prestigio di un qualsiasi "mago" in televisione o al teatro. Il trucco è spesso semplicissimo, ma il giochetto è impostato in modo da indurre il nostro cervello a cercare le spiegazioni più complicate, tralasciando quelle più ovvie.
 
L'attesa cominciava a farsi pesante.
Il vecchietto mi aveva detto che col 999 sarei stato al Cinema Nuovo in meno di un quarto d'ora, ma erano già passati più di venti minuti, e inoltre l'autista non era per niente chiaro, quando gli chiedevo delle informazioni. Col suo strano modo di fare sembrava voler nascondere qualcosa...
In quel momento pensai che, essendo già passato un bel po' di tempo, avremmo dovuto essere abbastanza vicini al luogo del mio appuntamento, e che se fossi sceso adesso dall'autobus sarei potuto arrivare nel posto preciso anche a piedi.
Così mi alzai dal mio sedile per l'ennesima volta e per l'ennesima volta mi avvicinai al conducente.
- Scusi, può fermare il mezzo? - gli chiesi gentilmente. - Vorrei scendere qui.
- Mi dispiace, non posso fermarmi! - mi rispose l'uomo.
- Ah, capisco, mi scusi, allora può dirmi quanto ci vuole per la prossima fermata?
- Lei deve andare al Cinema Nuovo, no? Be', non è la prossima fermata!
- Sì, lo so, ma ho deciso di scendere prima. Quindi, se non le dispiace, fermi alla prossima.
- Non posso. - mi rispose in tono secco.
- Come sarebbe non può? - urlai. Cominciavo a sentirmi irritato. - Voglio scendere da questo autobus!
- Non si può scendere dall'autobus della vita! - disse placidamente l'autista, voltandosi verso di me. A quel punto, nell'emozione procuratami da quella strana risposta, riuscii a vedere per la prima volta il suo viso.
Mi sentii avvampare. Era come trovarsi davanti a uno specchio deformante.
L'uomo aveva il mio stesso volto, ma invecchiato di trenta e più anni.
- Mi faccia scendere subito, o la denuncio! - sbraitai, in preda al terrore.
- Non ha sentito, giovanotto? Dall'autobus della vita non si può scendere, ovunque questo ci porti, che ci piaccia o no! - fece eco la donna seduta in fondo al corridoio, e in quel momento l'infante che aveva in grembo scoppiò a piangere.
Adesso tutte le lampadine funzionavano, illuminando ogni punto precedentemente misterioso del bus. Sembravano essersi aggiustate magicamente.
Guardai la signora in volto. Il velo nero che prima aveva sulla testa era scomparso, come se si fosse volatilizzato.
Il suo viso mi sembrò familiare. Mi avvicinai a lei, con passo spedito, per guardarla meglio. E quando le arrivai davanti, con le gambe tremanti, la mia emozione fu al colmo. Mi sembrò quasi che il mio cuore si fermasse per un attimo.
In quel viso sciupato dagli anni e dai dispiaceri riconobbi quello di mia madre.
Poi, istintivamente, i miei occhi caddero sul bimbo, che aveva smesso di piangere, e mi guardava fisso. Provai un'infinita compassione per lui, sentendomi in colpa per quello che avrebbe passato nella sua vita futura.
- Fatemi scendere, vi prego! - gridavo, ma nessuno mi dava più ascolto.
Attraverso gli occhi pieni di lacrime cercavo il vecchietto, ma era scomparso. Sul sedile restava soltanto il suo cappello.
L'autobus frenò di colpo, e io fui scaraventato per terra. Le lampadine si spensero nuovamente tutte.
Una bussola si aprì, ma io mi sentivo troppo esausto per scappare fuori, e ormai non ero neanche più tanto convinto di volerci tornare.
Un uomo in divisa da controllore, con folti baffi e capelli neri, salì a bordo. Era un uomo molto alto e robusto.
Si avvicinò a me, e sembrò non restare sorpreso nel vedermi per terra.
- Biglietto, prego! - disse impassibile.
- Come ha detto, scusi? - ero talmente stupito da quell'improvviso arrivo che non ero certo di aver capito bene quello che l'uomo aveva detto.
- Mi fa vedere il suo biglietto, per favore?
Avevo in tasca un biglietto, ma intuii che non era quello giusto, così risposi: - Non ce l'ho. - con voce triste e rassegnata, come un bambino a cui si è rotto un giocattolo, e ha ormai capito che non si può fare più nulla per rimediare.
- Lei non ha il biglietto? - ribatté quello.
- No.
- Allora mi spiace tantissimo, ma dovrò provvedere ad espellerla dal bus!
Non risposi. L'uomo mi afferrò con le sue enormi mani e, dopo che la bussola si fu nuovamente aperta, mi lanciò fuori dall'automezzo in corsa.
Con mia grande sorpresa, rimasi vivo dopo il terribile impatto col suolo.
I miei vestiti erano ridotti a stracci, e mi sentivo terribilmente stanco e disperato. Tutto attorno a me buio pesto e silenzio. La città sembrava essere stata inghiottita dal nulla.
Del 999 non v'era più alcuna traccia.
La strada era fredda e ostile.
A un certo punto sentii fischiettare un allegro motivetto.
Un rumore di passi veniva verso di me, ma non vedevo nessuno.
Finalmente, nell'oscurità, a qualche centimetro da me, intravidi un ragazzetto di una quindicina d'anni.
- Scusi, - mi chiese con voce gioviale. - È già passato il 999?