Una specie d'incontro con me stesso
(con sorpresa finale)

Entrato al solito, affezionato pub, una notte intorno alle tre, andai a sedermi al posto abituale, il tavolino nell'angolo, uno tra gli angoli più bui del locale, vicino comunque a una finestra, attraverso la quale potevo tenere d'occhio la strada da dove, com'è noto, il destino può in qualunque momento arrivare.
Mi guardavo intorno pensieroso come al solito, mentre aspettavo la cameriera.
Poco prima, entrando, avevo notato, due tavoli accanto, un ragazzo dall'aspetto familiare, ma naturalmente me n'ero già dimenticato, perché l'avvenimento era di scarsa importanza, e comunque in quel momento tutto passava in secondo piano rispetto al bicchiere che mi attendeva.
Tra l'altro, essendo un assiduo frequentatore del locale, era ovvio che, in linea di massima, conoscessi tutte le facce che vi capitavano.
L'ottanta percento delle persone, quindi, aveva per me un aspetto familiare.
Senonché, voltandomi nuovamente, notai un importante particolare, e proprio per questo l'impressione di poco prima fu ripescata dall'inconscio.
Al tavolo dov'era seduto quel ragazzo vidi ora anche un'altra persona, che entrando non avevo potuto riconoscere, in quanto mi dava le spalle.
Vedendolo adesso di fronte lo riconobbi subito; era N., uno dei miei compagni del primo anno di liceo.
Adesso ricollegavo le due cose, e capivo anche chi era l'altro ragazzo, quello che avevo notato prima. Era R., un altro compagno di classe.
A questo punto, automaticamente, guardai anche alla sinistra di N., e notai che vi sedeva S.
Se non fosse stato per N., che ha un viso più caratteristico e, come mi accorgevo adesso, più resistente alle mutazioni del tempo, non avrei riconosciuto gli altri due.
Era da nove anni che non vedevo quelle tre persone insieme, e me ne stupii.
Non avrei immaginato che la loro amicizia potesse essere così duratura.
Mentre li fissavo, mi accorsi che N. mi aveva notato, e ridendo alludeva a me indicandomi ai compagni, sicuramente perché mi aveva riconosciuto, ma non era completamente sicuro che fossi chi sospettava, cosa normalissima perché io, a differenza loro, credo di essere cambiato parecchio in questi nove anni.
A motivo del mio carattere, chiuso e solitario, fui scocciato all'idea di rivelarmi e sedere con loro, come forse sarebbe stato giusto fare, o per lo meno come molti altri avrebbero fatto.
Non mi andava a genio l'idea di trovarmi lì al loro tavolo, e dover rispondere a domande senza dubbio stupide, o magari dover sorridere forzatamente a banali e scontate battute di spirito.
Quindi, cercando di apparire il più indifferente possibile, distolsi lo sguardo, come a far capire che mi fosse caduto su di loro casualmente, e adesso spaziasse senza alcuna particolare intenzione da un punto all'altro della stanza.
Tuttavia, come capita, di tanto in tanto il mio capo, forse involontariamente, forse spinto da chissà quale desiderio inconfessato, si volgeva di nuovo a scrutare l'allegro gruppetto.
Probabilmente perché rimaneva ancora una curiosità da soddisfare: e cioè chi fosse la quarta persona seduta a quel tavolo che, trovandosi di fronte a N., era attualmente visibile a me soltanto di spalle.
Automaticamente, essendo tutti gli altri ex-compagni della medesima classe, supposi che anche il quarto ragazzo dovesse essere una mia vecchia conoscenza.
Ma, forse perché lo vedevo di spalle o al massimo di profilo, quando si voltava a parlare con R., forse perché con lui il tempo era stato più crudele che con gli altri, non riuscivo a ricollegarlo a nessuna delle persone che avevo conosciuto nove anni prima al liceo.
Da ciò che riuscivo a scorgere, tenendo naturalmente in considerazione anche la penombra che come un caldo e sensuale velo aleggia e si insinua senza prepotenza in quasi tutti i locali notturni, con le sue mille storie di antichi leggendari eroi, creature misteriose e meravigliose che abbiamo sempre conosciuto e che non conosceremo mai, fruscii, odori, ricordi, reconditi desideri, e gli animi si sentono avvolti da essa, protetti, ne fanno quasi parte, tutto prende una forma diversa, l'uomo più debole diventa un leone, osa, nella penombra prende la mano di lei, la fissa negli occhi senza guardare, parla, la accarezza, il mondo fuori con le sue molteplici avventure, le piazze illuminate dal sole e gremite di gente, i negozi, i parchi fuori città dove i bambini giocano e nelle fontane comunali i pesci rossi nuotano senza sapere nulla delle umane ossessioni, la stazione della metro con un eterno viavai di persone che arrivano, partono, chissà da dove vengono, chissà dove vanno, chissà perché, ma perché? e sulle strade le automobili vanno su e giù, e il figlio del ricco industriale a bordo della sua nuova decappottabile prova le marce, la tenuta di strada, centotrenta, centoquaranta, centocinquanta con lei accanto, fra dieci minuti troverà la morte contro un albero, lo stesso albero sotto al quale un mese prima si era dichiarato, le chiese con le donnette anziane vestite di nero che, assillate dal pensiero della notte incalzante, pregano e pregano, mentre dietro l'angolo il giovanotto appena diplomato si accende una sigaretta, e il sole continua imperterrito a fare da riflettore a questo assurdo spettacolo, tutte queste cose non esistono più, di colpo non sono mai esistite, c'è solo il pub, la penombra e noi, tenendo in considerazione tale penombra, il quarto ragazzo seduto al tavolo con i miei ex compagni, da ciò che riuscivo a scorgere, era un ragazzo come tanti, magro, coi capelli corti fissati da gel in una pettinatura comune, come si usa, una pettinatura sicuramente squallida, senza particolare personalità, anzi tutto in lui tendeva ad annullare ogni eventuale minimo tentativo di esprimere una propria personalità, come il sistema vuole.
Davanti a sé una lattina di cola, dalla quale di tanto in tanto beveva un sorso, e ad intervalli pressoché regolari percepivo leggermente la sua voce, monotona, che ridacchiava annoiata alle battute dei compagni.
 
Avevo lasciato il liceo proprio verso la fine del primo anno, a quanto pare l'attività di studio convenzionale, ovvero intesa come una qualsiasi forma istituzionale, non faceva e non fa per me, questo lo dico perché anche adesso, a distanza di nove anni da quella data, non riesco a pentirmi della decisione presa, anche se ognuno dei miei occasionali interlocutori ha sempre provato a farmi ricredere riguardo a ciò, e in passato ha tentato addirittura di farmi tornare sui miei passi.
 
Quasi contemporaneamente a quell'avvenimento, il trasferimento con la famiglia fuori città aveva contribuito alla genesi del mio carattere così come doveva essere, senza interferenze nocive, lontano dagli schemi dannosi imposti dal modello di vita cittadino, peraltro fortemente borghese nel quartiere in cui avrei dovuto vivere se avessi continuato per quella via.
 
Uno dei tanti pseudoadolescenti sbarbatelli mai cresciuti, che frequentano l'università solo perché va così, la usano come pretesto poiché non hanno voglia né facoltà di combinare nulla di buono, uno che beve cola perché deve guidare, uno che ha bisogno di idoli considerati tali semplicemente perché pensano con la propria testa, uno che la sera non esce perché ha un po' di raffreddore, uno che crede e teme Dio ma non va in chiesa per anticonformismo, uno che ricorda una serata in campagna a bere vino senza usare i bicchieri come qualcosa di eccezionale perché è l'unico momento di fuga dalla sua vita programmata, ecco cosa sarei adesso, ecco cos'è ciascuno dei quattro ragazzotti seduti a pochi metri da me.
 
Ecco finalmente comparire la cameriera con in mano il mio bicchiere di whisky.
 
Non so se produsse particolare trambusto quando si avvicinò al mio tavolo per consegnarmelo, per lo meno non credo, fatto sta che il ragazzo di spalle in quel momento si voltò balenando gli occhi per curiosare, e forse mi guardò con aria sprezzante e a suo modo ironica.
 
So per certo che un avvenimento del genere mi lascia sempre indifferente, e per festeggiare questa mia indifferenza nei confronti di cose che per altri potrebbero invece avere, se non molta, almeno un briciolo di importanza, di solito bevo un sostanzioso sorso dal bicchiere che mi trovo sottomano in quel momento, oppure tiro una boccata dalla sigaretta.
Anche stavolta bevvi un bel sorso, ma stavolta nell'inconscio sapevo di non farlo per il motivo consueto.
Lo sguardo di quel ragazzo, infatti, mi aveva riempito di tristezza, e non perché avessi riconosciuto nella sua occhiata maldestramente ironica una sconfitta o vi avessi scorto un qualsiasi altro motivo di vergogna, anzi! Era tutto il contrario.
 
La sua espressione, la sua convinzione di essere superiore a tutto solo perché appartenente a un ordine prestabilito, senza la minima percezione della propria identità, il modo di fare stereotipato, insomma l'abiezione complessiva della sua esistenza era qualcosa di straziante, mi faceva provare pietà per lui e per i suoi/miei amici, ma soprattutto per lui, e non avrei saputo spiegarne il motivo; forse perché nei suoi occhi, in fondo, si coglieva quella lievissima sfumatura della triste rassegnazione che faticosamente egli aveva imparato a celare nel corso degli anni, e quella rassegnazione denotava il fatto che in fin dei conti non fosse una persona stupida, ma che fosse stato suo malgrado plasmato da qualcosa di superiore a lui, qualcosa contro cui sarebbe stato inutile azzardare un tentativo di lotta.
 
E forse anche perché quel ragazzo mi ricordava in maniera sconcertante un'altra persona, che al momento non riuscivo a mettere a fuoco, ma sentivo netta l'impressione che fosse una persona più vicina a me di quanto potessi immaginare, e ciò non aveva nulla a che vedere col fatto che fosse un mio potenziale ex compagno di liceo.
 
Quel suo modo di fare, il modo di ridere, i silenzi prevalenti sulle parole, il modo di guardare, quell'espressione degli occhi che amalgamava superbia, insicurezza e umiltà, il gesticolare nervoso, erano tutte cose che mi richiamavano sensazioni dolorose dall'inconscio.
 
Ormai non v'era dubbio alcuno che quel ragazzo mi riportasse alla mente una persona alla quale fossi stato sempre legato profondamente, ecco la vera ragione per cui la riflessione sulla sua esistenza, scatenata dal suo precedente sguardo, mi faceva soffrire tanto.
 
E il fatto che avesse guardato in quel modo proprio me, figura silenziosa in un angolo buio, tra le tante persone che riempivano il locale, doveva avere un particolare significato.
 
Quell'ultimo sguardo infatti, e soprattutto il suo contenuto, era lampante, non era assolutamente legato all'allusione a me da parte di N., avvenuta qualche minuto prima.
 
Anche se N. non mi avesse mai riconosciuto e indicato ai compagni, sentivo che il ragazzo misterioso, qualora mi avesse scorto per un qualsiasi motivo, mi avrebbe ugualmente guardato in quel modo penoso.
 
Sicuramente anche su di lui la mia vista aveva prodotto una notevole impressione ma, a differenza mia, egli non sembrava emergerne addolorato, anzi, ingenuamente, era divertito da tutto ciò.
 
E sì, doveva certamente essere una grande soddisfazione differire tanto dallo strano individuo che beveva whisky seduto dietro di lui... già mi pareva di poter leggere nel pensiero di quello sconosciuto ragazzo... non sarebbe mai stato felice, come nessuno potrà mai esserlo, e lui lo sarebbe stato forse ancor meno, però che fortuna avere un futuro così sereno, così programmato... niente felicità, né per lui né per il buffo individuo col whisky né per nessun altro, ma che carte in mano...
 
Una giovinezza spensierata ma sorvegliata, il diploma forse acquistato, ma ormai era acqua passata, in futuro la laurea, nel frattempo qualche bevutina di cola, ingenue battutine a sfondo sessuale, ogni tanto un po' d'alcool (a patto di non guidare) e qualche bambina di gomma appena svezzata, perfettamente conforme agli ultimi standard ecologici, usa e getta ma che non inquina, al limite si lascia inquinare, poi la fortuna del posto fisso, un vero colpo di fortuna, l'aiuto dell'amico di papà è stato del tutto marginale ovviamente, ma lo ringraziamo di cuore, la bambina ormai inquinata ha una sorella, brava donna, l'abito bianco non è poi caro per il mio stipendio, e lei lo desiderava tanto, domenica c'è la partita, la guardiamo da tua madre (tua sorella non viene, vero?), dopo un abbondante pranzo in poltrona davanti alla TV si sta benissimo, non esageriamo con quello, un goccetto solo per digerire (poi devo guidare), e domani in ufficio ho un affare importante, la gita coi bambini la facciamo domenica prossima, di mattina certo, non posso perdermi la finale nel pomeriggio, e poi tua madre ci rimarrebbe male, prepara la pasta che piace tanto a tutti, non mi fa proprio impazzire ma non dirle niente, poverina, ne mangerò poca con la scusa di quel fastidioso bruciore che stanotte mi ha tenuto sveglio, ma sai che è vero? Pensavo che fosse una cosa così, ma ti prometto che dopodomani andrò dal medico, con un paio di pillole si sistemerà tutto, un intervento no, che dici... be', devo rimanere a letto solo un paio di settimane e poi potremo finalmente fare quella gita che ti avevo promesso, va bene ci portiamo anche tua madre, i bambini saranno contenti, eh eh continuo a chiamarli bambini, dopotutto è difficile credere che siano cresciuti così in fretta, come dici? Marco non verrà in gita con noi? La ragazza, gli amici? Un po' doloroso per un genitore, ma prima o poi deve capitare... sì tornerò dal medico giovedì prossimo... ho un sacco di tempo adesso che sono in pensione... troppo tempo... a volte mi sembra di impazzire... chi l'avrebbe mai detto? La moglie e i figli, costernati, ringraziano per la Vostra partecipazione.
 
Quello strano individuo col whisky di chissà quale infima marca era senza dubbio un piacevole diversivo nel corso di quella umida notte autunnale, un divertente quadretto da osservare e da commentare con superiore ironia insieme ai compagni, un aneddoto da raccontare in futuro.
 
Un quadretto che destava un curioso interesse, un personaggio tanto lontano e tanto vicino allo stesso tempo, tanto diverso quanto identico, tanto divertente quanto affascinante.
 
Peccato che qui dentro non si possa più fumare. Un tempo era una favola, la sigaretta dopo il bicchiere era automatica. Forse aiutava anche a riflettere. È risaputo che sia così. Dà anche quel senso di calore, di focolare. Abbandonato sullo schienale con una sigaretta accesa in mano, avrei avuto un pretesto per concentrarmi più a lungo sul gruppetto. Lo sguardo avrebbe potuto vagare più lentamente, e se si fosse posato, in maniera del tutto assente, su qualcosa o qualcuno in particolare, non ci sarebbe stato nulla di strano. Senza considerare la nube di fumo che mi avrebbe fatto sentire protetto. Un effetto psicologico, nient'altro. Tutto il tempo di osservare e capire. Risolvere questo indovinello.
 
Andare lì, faccia tosta e chiedere? So che non lo farei mai. E comunque poi sarei costretto a trascorrere il resto della nottata con loro, anche se in un certo senso lo sto già facendo. Così come loro stanno trascorrendo la nottata con me, senza saperlo.
 
Il maxi-schermo montato nell'angolo opposto del locale diffonde meravigliose immagini di incredibili metropoli americane, con grattacieli mozzafiato e automobili da sogno incedenti altezzosamente sulle ampie vie urbane, ai bordi delle quali stupende ragazze si voltano sorridenti al loro passaggio. Tale estasiante visione è incantevolmente completata dalla musica irradiata dagli altoparlanti posti qua e là per il resto del locale.
Tuttavia non so se la musica diffusa coincida con le immagini, le due cose potrebbero avere fonti diverse, il maxi-schermo collegato alla trasmissione di un'emittente televisiva e gli altoparlanti a un'emittente radio totalmente indipendente.
Fatto sta che immagini e musica si legano alla perfezione, i due elementi sembrano avere necessariamente bisogno l'uno dell'altro per poter funzionare.
Ecco a cosa servono televisori e musica nei locali notturni. Non sono una marginale fonte di semplice intrattenimento, altrimenti non tutti i locali si doterebbero di sempre più sofisticati e costosi impianti audio-video.
Più che in qualsiasi altro luogo, qui, a quest'ora, musica ed immagini favolose sono deputate a un preciso scopo; estraniare gli individui, trasportarli in luoghi da sempre sognati ed immaginati anche prima di conoscerne l'esistenza, e farli quindi sentire, percependone addirittura la certezza per alcuni istanti, felici e orgogliosi di se stessi.
Ciò accade a chi viene in compagnia di amici; accade a chi spera di poter combinare qualcosa, a fine serata, con la ragazza fintamente ignara sedutagli di fronte con la rosa appena scongelata del valore di pochi centesimi ma pagata dieci volte tanto tra le mani, la ragazza che dopo mesi di corteggiamento si è finalmente lasciata convincere ad uscire da sola con lui; ma soprattutto, in una maniera particolarissima, accade a chi viene da solo, a chi siede in silenzio e scruta; in lui il sentimento di evasione, di liberazione, di eroica superiorità e di distacco ed indifferenza riguardo a tutto ed a tutti assume proporzioni spaventose.
L'uomo ingenuo assocerà, inconsciamente o forse in maniera del tutto consapevole, tale stato d'animo al locale, e continuerà a tornarvi almeno una volta alla settimana, quando esaurita la sicurezza in se stesso avrà bisogno di farne rifornimento.
In nessun altro luogo, in nessun altro orario tale fenomeno potrebbe avvenire con tanta spontaneità.
Lasciando da parte l'ebbrezza propria dell'assunzione di alcool, che ha naturalmente buona parte del merito riguardo al successo del fenomeno in questione, è il locale stesso, il buio, la gente tutt'attorno, la semioccultazione della nostra persona e quindi dei nostri pensieri più profondi che ci dà l'illusione di poter guardare il tutto con aria superiore, come se ne fossimo spettatori estranei, come se ciò che ci circonda in quel momento non possa influire minimamente sulla nostra esistenza, e ci permettiamo giudizi facili, ci lasciamo andare al più gratuito scherno negli altrui confronti, dentro di noi commiseriamo quasi con pietà tutto il restante genere umano, perché in quel momento noi siamo i detentori assoluti della verità, e non c'è ovviamente più spazio per rancori, invidie, siamo diventati quasi caritatevoli nei confronti di quelle povere creature che si affannano e si consumano senza sapere chi siano, da dove vengano e dove vadano, concediamo con indulgenza il nostro perdono, il nostro bonario sorriso, così come il grande capo di Stato, passando tra la folla, si degna di stringere le mani della gente che si accalca per osannarlo.
 
Il whisky ha un enorme difetto; finisce sempre troppo presto, ti lascia da solo sul più bello, proprio quando sei al culmine delle tue magnifiche elucubrazioni, quando ti sembra che manchi pochissimo alla soluzione dell'enigma.
 
Quando finisci di bere in un locale pubblico, questo momento è accompagnato dal terribile ritorno alla realtà.
Ti guardi intorno, vedi la stessa gente di poco prima, ancora seduta lì con la stessa espressione sorridente, come se niente fosse successo, e ti rendi conto di quante cose al mondo rimangano eternamente sconosciute.
 
Ti rendi conto di quante realtà esistano, tutte in egual maniera vere e false, ti rendi conto d'essere tutto e di non essere niente, rifletti sul fatto che i punti d'osservazione siano più di uno, e se si riuscisse ad accettare questa cosa con umiltà non ci sarebbe più niente in sospeso, o forse sarebbe la fine di tutto.
 
E allora non ti resta che girare in maniera indifferente la testa da una parte e dall'altra, guardare l'orologio senza vedere l'orario, passare la mano destra tra i capelli così da darti un contegno, roteare un attimo gli occhi ed aspettare che la cameriera ti passi vicino. Per ordinare un altro whisky.
 
Speri che il secondo bicchiere riesca a mantenere lo stato di poco prima, che impedisca l'interrompersi della meravigliosa condizione psichica che si è creata, adesso che sei così vicino al tuo traguardo.
 
Ma sarà che comincia ad albeggiare, e la luce del sole si porta via la concentrazione, sarà che la gente, stanca, forse delusa, comincia ad andarsene con la faccia un po' più tirata rispetto a prima, è scomparsa l'allegria, niente più risate, solo sbadigli e al limite qualche sorrisetto cortese per non dispiacere agli amici, l'alcool adesso comincia a pesare sullo stomaco, non sei più sicuro di riuscire a vuotare il bicchiere, pazienza, ne lascerò metà, per stasera è andata così, sarà per la prossima volta.
 
E i miei vecchi amici sono ancora lì, seduti al tavolo anch'essi con la medesima espressione di prima, forse appena un po' più stanca. Sembra che si siano stancati anche di badare a me, si sono rituffati, in maniera annoiata, nei loro banali discorsi, nelle loro banali battute, nelle loro assurde false certezze per il futuro. Anche lui, l'individuo misterioso, pur essendo di spalle, dà l'impressione di essere leggermente stufo della serata, dai suoi movimenti capisco che continua ad annuire e sorridere, ma scommetterei qualsiasi cosa che muore dalla voglia di tornare a casa ed andare a letto, perché in fondo quella gente non gli piace per niente, finora ha avuto l'illusione che la serata sia stata carina, piacevole, che sia valsa la pena di uscire, ma adesso tutto ciò viene minato da non so cosa. Anche le ore trascorse prima, dal momento in cui ha messo piede fuori della porta di casa, da quando ha incontrato i tre amici e insieme sono entrati al pub, un po' prima di me, sedendosi a quel tavolo, anche quei momenti sono stati, se così si può dire, rovinati da un qualcosa che gli piomba addosso adesso, anzi no, che è sempre stato dentro di lui e che adesso la luce dell'alba in rapido avvicinamento riporta in vita, facendolo riscoprire.
 
Perché sei sempre più spesso silenzioso, perché non hai più la prontezza di spirito di poco fa? Perché, chiedono gli amici? Sei stanco, vuoi andare a casa, hai sonno?
Non ho sonno, risponde lui, ma sono stanco... non saprei perché, forse sarò stanco di stare qui seduto da ore... be', tanto fra poco andiamo, ci beviamo l'ultima cola e scappiamo che è tardi... infatti. Va bene, risponde lui, adesso si volta in maniera abbastanza decisa per adocchiare la cameriera. Finalmente si può scorgere più di un semplice profilo.
 
Che scelta azzeccata aver abbandonato il liceo e questa maledetta città. Sì, più ci penso e più me ne convinco.
Guarda come mi sarei ridotto se fossi andato avanti... e guarda come mi stanno male i capelli appiccicati al cranio dal gel, guarda che espressione immonda, guarda che occhi tristi che ho... guarda un po' che devo bere robaccia assurda perché il whisky non riesco a buttarlo giù altrimenti rischio di dare di stomaco... guarda che bella la città, com'è meravigliosamente programmata la mia vita, e che gente frequento... non so proprio come guarderò lo specchio quando farò ritorno a casa, e come potrò essere felice di addormentarmi in fretta, appena messomi a letto, senza aver niente di bello da sognare.
 
Le bevande fresche e analcoliche si buttano giù in fretta. Eccomi, coi miei tre cari amici, che mi alzo, indosso la giacca sportiva fatta di un tessuto colorato ed acetato, giocherello con le chiavi di un'automobile anch'essa sportiva, e sono felice al pensiero di poterla guidare perché non ho bevuto... che schifo.
Prima di andare via, lancio quasi distrattamente l'ultimo incuriosito, vuoto, insulso e indubbiamente innocuo sguardo all'insolita figura che beve whisky seduta un po' più in là.
 
Finalmente eccoci uscire dal pub, scomparire nella semioscurità ancora per poco tale.
 
Finalmente se ne sono andati, quei quattro individui insopportabili, portandosi via tutta la tristezza e lasciandomi allegro e rinfrancato.
 
Euforico, maledicendoli più che mai, butto giù l'ultimo sorso di whisky. Poi guardo la graziosissima cameriera e addirittura le sorrido.